Come uscire dalla Filter Bubble: non navigare in una bolla

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Come uscire dalla Bubble

La Filter Bubble: l’universo di informazioni in cui vivi, sul web. E ti avvolge.

Si tratta del mondo virtuale in cui ti immergi e che è determinato dai filtri personalizzati, dalle amicizie di Facebook, dalla configurazione personale di Google sulla tua ricerca o YouTube, che deriva dalle precedenti scelte dell’utente.

Insomma è ciò che vedi e che ti viene suggerito.

  • Hai i tuoi amici e vedi quello che pubblicano i tuoi amici.
  • Cerchi col motore di ricerca e ti vengono proposti risultati nella direzione delle tue passioni e delle tue propensioni.
  • Vai su YouTube e – ancora prim a di digitare qualcosa – ti vengono proposti video che potrebbero piacerti, che ne evidenziano alcuni e inevitabilmente non ne mostrano altri, che si perdono nella moltitudine dei video caricati sulla piattaforma.

Se sono un fan degli One Direction, vedrò più notizie e informazioni sugli One Direction di altri che non sono fan. E crederò che tutti siano fan degli One Direction: tutti ne parlano! Ovunque parlano di loro! Sbagliato.

Bello.
Comodo.
Ma anche limitante, qualcuno direbbe.

Come uscire dalla Bubble?

 

Limiti della Filter Bubble

Noi non siamo mai gli stessi. E se un attimo prima cerchiamo una macchina per il caffè, una volta acquistata, non avremo più quell’esigenza. Per cui, i nostri interessi cambieranno e ci concentreremo su altro. E così via..

La Filter Bubble mi ricorda l’atteggiamento di chi ancora crede che una persona sia definibile.
Mentre una persona non è qualcuno. È, invece, in continuo mutamento. Nemmeno la persona stessa sa dire cosa vuole, o – peggio ancora – cosa è.

Il motore di ricerca può intercettare le richieste di una persona, i social network possono mostrare chi questa persona conosce, il remarketing può riproporre cose che l’utente ha già visto e cercato, YouTube può mostrare video correlati agli interessi…
Col rischio che i meno curiosi o i più ingenui ci caschino e pensino che quello è tutto quello che possono leggere.

 

Le elezioni e la Filter Bubble

Si è parlato molto della Filter Bubble durante le Presidenziali U.S.A., da poco concluse, ed è ancora un argomento caldo.

La mia navigazione è da sempre anonima, perchè mi indispettisce che la SERP sia influenzata ad ogni ricerca. Quindi, non mi piace la personalizzazione che gli strumenti del web fanno per conto mio, senza – tra l’altro – che io gliel’abbia richiesto e cerco di mettere in atto qualche blanda protezione, per evitare che l’influenza sia veramente preponderante.

Questo non significa che io creda ciecamente che le persone vengano così influenzate da questo da far chiudere loro in una sorta di mondo parallelo in cui esistono solo le cose che cercano abiualmente.

Durante il periodo elettorale, Trump e Clinton (Hillary) avevano sostenitori.
La Bubble avrebbe fatto sì che i votanti Clinton non si rendessero conto di quanti e chi fossero i votanti Trump. E il fenomento Trump sia stato, di fatto, sottovalutato.

Diciamo quindi che più ti esponi e più ti circondi di persone con le stesse tue propensioni, più rischi di esser tagliato fuori da visioni più ampie.
Diciamo, anche, che si tratta di non accomodarsi e di non informarsi su Facebook. Internet non è Facebook e Facebook non è di certo il miglior modo per informarsi.

Quindi, anche se quello che vediamo può essere influenzato (o molto influenzato) dal nostro comportamento su internet, si tratta di buon senso.
Se nella vita parlo e mi circondo di persone con la stessa mia opinione, se evito il conflitto, se evito di confrontarmi con ciò che è diverso, se vado sempre nello stesso bar, se non faccio mai capolino con la testa cercando fonti nuove e facendomi incuriosire da ciò che non conosco… beh, lo stesso attegiamento lo avrò sul web.

  • Forse basterebbe chiedere l’amicizia a qualcuno che stimiamo per quello che fa (artisti, musicisti, scrittori, intellettuali di tutte le bandiere o opinionisti che non sopportiamo). Anche quando la loro opinione è intelligente ma diversa dalla nostra.
  • Forse basterebbe usare anche altri social network e altre fonti di informazione.
  • Forse basterebbe uscire dal bar di paese e renderci conto che l’amica andata dal parrucchiere o il gatto del vicino che si rotola nel fango non sono il motivo per cui l’Internet è uno strumento così grandioso e potente.
    Che non è poi così interessante sapere se il nostro ex fidanzato è andato al mare.
    E che la vita acquista senso quando costruiamo e creiamo legami, non di certo col pettegolezzo sterile o il chiacchiericcio populista da bar.

 

Detto questo, io temo la Filter Bubble?

Da sempre.

Nessuno, sul mio computer, è autorizzato ad usare i browser in modalità non anonima. Non mi capita mai, se non saltuariamente da smartphone.

Perchè sono indispettita, dalle ricerche che automaticamente ti mostrano risultati “vicino a te”. Dai suggerimenti. Dalle agevolazioni.
Perché mentre sto cercando qualcosa, non voglio ulteriori distrazioni. Se volessi qualcuno che mi ricorda qualcosa, mi scriverei un post-it.

Chiedo amicizie a tante persone che non conosco. Ho più “amici sconosciuti” sui social di quanti conosco fuori dal web.

E sento che è reale il pericolo di chiudersi. Di non aprirsi al nuovo.
Di barricarsi dietro un’opinione.

Lo strumento, il web, permette tante operazioni e dà tante possibilità. Troppe forse.
E la Bubble è solo il risultato del tentativo per i Brand di non perdere utenti intressati, riproponendo loro contenuti che sono piaciuti, per spingerli all’acquisto, ad esempio.

 

Come uscire dalla Bubble?

Alcuni sostengono… con la Serendipity.

Si tratta di fare piacevoli scoperte inaspettate.
I Brand dovrebbero sfruttarla per proporre contenuti e opportunità differenti.

L’utente ha quello che viene rilevato come attinenete allo status quo: gli viene mostrato e suggerito.
Ma all’utente mancano i risultati coordinati, le nuove proposte, ciò che troverebbe fortunatamente, per caso, in un contesto non controllato.

Questo, anche al di fuori della Bubble: costruiamo e distruggiamo abitudini.
O, per lo meno, prendiamo coscienza delle nostra abitudini: diciamocelo. “È una mia abitudine!” e capiamo se ne siamo schiavi.
Se ne siamo schiavi, distruggiamola.

 


 

Fonti:

Immagine di Léa Dubedout

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